Libri più venduti
- Seminario su Gramsci di AA.VV.
- Attraverso il muro. A vent'anni dall'ottantanove di AA.VV.
- Die Linke. Lineamenti di programma di Prefazione di Paolo Ferrero
- La rosa d'inverno. L'attualità di Rosa Luxemburg di AA.VV.
- L'università struccata di Raul Mordenti
- L'imperialismo contemporaneo. di Samir Amin
- Lotte operaie nella crisi. Materiali di analisi e di inchiesta sociale di Matteo Gaddi
- Il partito sociale. Materiali di analisi e per il lavoro politico di AA.VV.
- Socialist Register Italia di a cura di matilde Adducci e Michela Cerimele
- 1969/1977 Lotte operaie a Torino. L'esperienza dei Cub, comitati unitari di base di AA.VV.
I temi dei libri
Il castello di sabbia, recensione a cura di Augusto Illuminati
<!-- @page { size: 21cm 29.7cm; margin: 2cm } P { margin-bottom: 0.21cm } -->
La pubblicazione della Dialettica dell’illuminismo di Adorno e Horkheimer scatenò nei tardi anni ’60 tedeschi una vivace polemica sul mito, il cui ruolo regressivo era stato imputato alla logica illuministica del dominio piuttosto che all’irrazionalismo anti-illuministico. L’idea risaliva a Walter Benjamin, che aveva individuato la forma secolarizzata del mito nello storicismo e nella violenza giuridica, non disegnando di flirtare con certe formulazioni mitopoietiche, proprio per strappare terreno a Heidegger e Jung. Adorno chiuse il discorso sull’utilizzo del mito e mirò piuttosto a denunciarne l’alleanza con le pratiche di controllo totale se non totalitario del reale –una versione “di sinistra” della denuncia heideggeriana della tecnica e del Gestell. Nel dibattito tedesco di cui sopra non mancò, a parte una famosa querelle sull’Odissea fra Adorno e Kerényi, un intelligente tentativo di Blumenberg di studiare il ruolo del mito nel prendere le distanze dal passato, di padroneggiare le forze della natura con una fondazione fittizia che liberasse, sotto l’omaggio all’imperscrutabile, le forze del presente. Un tentativo parallelo a quello compiuto da De Martino –con le sue celebri oscillazioni fra Croce e Heidegger– nell’individuare le funzioni esorcistiche e stabilizzatrici del rito. Una componente antropologica di esonero dalla complessità e terapia dell’angoscia esistenziale. Per un pieno reingresso della dimensione mitica come accesso alternativo alla rivoluzione (qualsiasi cosa si intendesse con ciò) dovremo aspettare in Italia il lavoro di Furio Jesi e su questa strada si pone con grande maestria, non senza aver appreso molte cose da un circuito ecologico e cooperativo, Raffaele K. Salinari.
Non a caso è un prodotto assolutamente ecologico, il castello di sabbia costruito da un bambino al limite fra terra e acqua, con l’infinito dell’acqua gocciolante e dei granelli di sabbia, castello destinato a innalzarsi gioiosamente e a presto essere cancellato, che assurge a simbolo dell’impresa umana più elevata, di un rapporto non poietico-produttivistico fra uomo e mondo. Rapporto invece dionisiaco, di accesso al sacro opposto alla gestione bioliberista della festa –stupisce solo in bibliografia l’assenza di Guy Debord, che al tema (e a quello del tempo pseudo-ciclico della commercializzazione) ha dedicato pagine memorabili. Al simbolo viene opposto il logo, il tempo calcolabile, la monetizzazione dell’agire e del tempo stesso, la cacciata dell’Angelo e dell’immaginale (il malakut dell’illuminazionismo neoplatonico-sciita in versione Corbin). Il logo è la lettura univoca, disgiungente dello xunón di cui parla Eraclito in D-K b 2 e 89 in contrapposto all’idiotismo del pensiero e del linguaggio privato. Ma qui viene da pensare che l’alternativa al pensiero calcolante e al Gestell sia non nel simbolico ma nel comune, come prassi costitutiva politica non obbligatoriamente mediata dal ricorso alla dimensione mitica. E’ evidentemente il punto di dissidio dall’argomentazione del testo, privilegiando come causa del male il sequestro del comune (la recinzione, ieri delle terre, oggi del sapere) piuttosto che il tradimento operato da uno sguardo distolto dall’Angelo e volto all’esattezza – il discorso heideggeriano sul peccato originario dell’ideîn platonico, qui riletto come “privazione”- privatizzazione del logo una volta sganciato dall’invisibile. Dunque una sfumatura nell’intendere cosa sia Bene Comune (che declinerei senza maiuscole e al plurale)
Il castello di sabbia è la figura cosmogonica del possibile collegamento empatico fra visibile e invisibile, il percorso a ritroso al di là della scissione fra noi e il mondo mediante l’uso di uno sguardo analogico, cioè relazionale con il mondo fino alla consustanzialità, al riconoscimento che tutte le cose sono una sola –en kai pan...Nella narrazione personale il tempo personale soggettivo e il tempo del Sacro si ricombinano nel rito che sfida ogni processo di storicizzazione e standardizzazione. Nella battaglia contro il biopotere dualistico, che si regge sulla separazione, si crea un’alleanza estatica fra umanità e mondo, che dimostra qualche affinità con l’interruzione messianica del tempo vuoto e omogeneo in Benjamin. E contro cui valgono ovviamente (e rispettosamente) le stesse obiezioni: che cioè segnino il rovescio o meglio il corto circuito del movimento regolare che fu proprio dello storicismo, la condensazione dell’attesa nell’Evento.










