Il castello di sabbia, recensione a cura di Benedetto Vecchi

   
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La mappa costruita dalla compagnia del mito «resistente»

 

LIBRI, RAFFAELE K. SALINARI, IL CASTELLO DI SABBIA, EDIZIONI PUNTO ROSSO/CARTA, PP. 181, EURO 10

 

Come ogni trilogia che si rispetti, l'ultimo capitolo deve avere la capacità di dipanare la matassa aggrovigliata nel corso della tessitura di una trama che vede alcuni protagonisti e comprimari alle prese con una storia che si sa come inizia, ma di cui ancora non conosce la fine. Se poi la trilogia ha l'ambizioso obiettivo di tracciare gli elementi di una possibile resistenza al capitalismo globale, è probabile che manchi il lieto fine, ma non una ragionata mappa dei problemi che tale resistenza incontra.

Nessun lieto fine, dunque, per questo saggio di Raffaele K. Salinari, ma pagine animate dalla volontà di confrontarsi con un tema molto presente in alcuni movimenti sociali latinoamericani o asiatici: la necessità, cioè, di proporre una narrazione mitologica del mondo attuale. Tema spinoso, almeno per chi scrive, ma se poi la proposta di Salinari viene rapportata, ad esempio, con l'esperienza dei movimenti contadini o indigeni che in questi anni hanno costituito una componente importante del cosiddetto «rinascimento latinoamericano), la diffidenza verso il mito, e il corollario di spiritualità che lo accompagna in questo saggio, lascia il posto all'interesse per come il mito sia stato usato per elaborare un punto di vista critico verso la globalizzazione neoliberista. Ovvio il riferimento al Chiapas degli zapatisti; altrettanto scontato il richiamo alla Bolivia dei movimenti indigeni che hanno portato alla presidenza Evo Morales o ai forti movimenti contadini indiani; meno noto il fatto che in Ecuador siano stati proprio i popoli indigeni a determinare la cacciata di alcuni presidenti acquisenti al Washington Consensus. E pochi ricordano quel contadino coreano che a Cancun si tolse la vita in nome della difesa di una «madre terra» violentata dalle multinazionali agro-alimentari.

Il discorso di Salinari, che va ricordato è presidente di «Terre des Hommes», non si limita però alle realtà nel Sud del mondo. Forte è, ad esempio, il costante invito a quanti si oppongono al neoliberismo nel Nord del pianeta a «inventare» una dimensione mitologica di quell'altro mondo possibile che vogliono costruire.

Il castello di sabbia esce a dieci anni dalla rivolta di Seattle e di quel movimento globale ne rimangono ben poche tracce almeno alle nostre latitudini, anche se è auspicabile che al prossimo meeting ministeriale sul clima di Copenaghen l'attivismo ecologista si manifesti alla luce della lettura del disastro ambientale come frutto avvelenato di uno sviluppo economico basato sull'ineguaglianza sociale. Ma al di là di quanto avverrà nella città danese, le tesi presentate da Salinari meritano comunque attenzione se contestualizzate in società secolarizzate come quelle europee o nordamericane. È davvero necessaria l'elaborazione di una mitologia «resistente» per sviluppare l'idea di un altro mondo possibile? Ad esempio, lo scrittore collettivo Wu Ming sostiene che serve non tanto l'invenzione di una nuova mitologia, quanto una narrazione «epica» dei momenti di resistenza del passato, indipendentemente dalla loro sconfitta o vittoria. Altri scrittori - Massimo Carlotto e Valerio Evangelisti - invitano invece a fare i conti con la memoria collettiva dei movimenti sociali, cercando di far emergere l'attualità di alcune visioni e punti di vista della realtà che altrimenti andrebbero persi. Proposte e percorsi di ricerca diversi da quelli proposti da Salinari. Ma tutti finalizzati a elaborare un punto di vista forte sulla realtà, momento necessario per contrastare il capitalismo globale.

 

Benedetto Vecchi

Recensione pubblicata su "Il Manifesto" 6/12/2009


   

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